Il 2017 anno dei Chatbot? NO, anno dei Chatflop!

Bot e velocità di apprendimento

Dovevano essere la vera rivoluzione di questo 2017, invece i ChatBot hanno fallito. Perlomeno fino ad oggi. ChatBot, diminutivo di Robot della Chat, è il nome che viene dato al programma di assistenza virtuale nelle chat all’interno dei portali web. Gli utenti possono porre domande e il robot autonomamente risponde con l’indicazione più corretta e specifica possibile. L’esempio più celebre di assistente virtuale appartiene ad Apple e si tratta di Siri.

Ora, quello di Cupertino – pur non interagendo all’interno di un browser – è un esempio ben riuscito di Intelligenza Artificiale. Tutti sono in grado di comprendere le richieste più semplici e rispondere in modo appropriato, tuttavia la maggior parte dei bot non riesce a raggiungere livelli eccelsi. Il perché è legato alla condotta degli utenti.

Dopo un breve scambio di battute, in cui ci si rende conto di poter parlare liberamente con il bot, l’utente eleva inconsciamente il livello della discussione, si esprime in modo colloquiale e manda in confusione l’Intelligenza Artificiale.

Chatbot assistenza virtuale

Si tratta di un comportamento diffuso fra tutti gli utenti e questo crea grossi problemi alla conversazione. È vero che i bot imparano dai comportamenti passati, ma questo apprendimento non è sufficiente. A confermare il problema è Alex Lebrun, responsabile di M, l’assistente di Facebook: «Everybody in this field is dreaming of creating the assistant that will finally be very, very, very smart […] We knew it was a huge challenge, but it’s even bigger than I thought. The learning rate, the growth of the automation… we’ve seen that it would be slower than we hoped (trad. Tutti in questo campo sognano un assistente che sia finalmente molto, molto, molto intelligente […] Sapevamo che questa fosse una grossa sfida, ma è più grande di quanto immaginassimo. La velocità di apprendimento, la crescita dell’automazione… abbiamo visto che è molto più lenta di quanto immaginassimo)».

In questo momento M è disponibile prevalentemente per i residenti in California e nonostante sia online da due anni è ancora in fase di sperimentazione. Questo perché «People try first to ask for the weather tomorrow, then they say “Is there an Italian restaurant available?” – prosegue Lebrun – Next they have a question about immigration, and after a while they ask M to organize their wedding. […] We knew it would be dangerous, and it’s wider than our expectations (trad. Le persone prima chiedono informazioni meteorologiche sul giorno dopo, poi dicono “C’è un ristorante italiano disponibile?”. Poi hanno una domanda sull’immigrazione e dopo un po’ chiedono a M di organizzare il loro matrimonio. […] Sapevamo che sarebbe stata pericoloso ed è più ampio delle nostre aspettative)».

ChatBox

Ma se questi problemi sono all’ordine del giorno, come può funzionare M? La risposta, in realtà, è più semplice del previsto. L’assistente virtuale interagisce con l’utente fino a quando ne è in grado, ma appena riscontra qualche difficoltà ecco che interviene l’operatore (umano) per sbrogliare l’intricato dilemma. È vero che l’Intelligenza Artificiale impara dalle proprie esperienze, ma la mole di dati richiesta è talmente ingente che allo stato attuale non è neanche lontanamente in grado di soddisfare molti dei bisogni primari degli utenti.

M, il chat bot di Facebook, è attualmente l’assistente in-browser tecnologicamente più efficace ed avanzato, ma richiede un supporto umano. La maggioranza degli altri ChatBot è invece ancora più indietro. Il apertura dicevamo che il 2017 doveva essere l’anno dei ChatBot, ma a quanto pare la strada è ancora lunga.

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