Badvertising: bene o male, basta che se ne parli. Ma è davvero così efficace? Ecco alcuni esempi

badvertising sapone pears

Fin dalla sua nascita, la pubblicità ha sempre avuto lo scopo di scatenare una reazione nel consumatore, condizionandone la decisione d’acquisto.
A causa anche del proliferare dei social network (Facebook in primis), da qualche mese il prodotto o il servizio hanno iniziato a passare in secondo piano a favore della viralità, perché, come scrive Oscar Wilde ne “Il ritratto di Dorian Gray”, “Non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli”.  Eccole, le premesse del Badvertising.

Il famoso detto è la chiave di lettura di un approccio che richiama alla mente i paradossi pragmatici studiati dagli psicologi di Palo Alto: non è criticando una comunicazione pubblicitaria che si evita la trappola,  parlandone male se ne sta comunque parlando, il che vuol dire attirare l’attenzione su ciò che viene criticato, magari portando anche vendite.

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Campagna Melegatti giudicata omofoba e sessista

Le ultime tendenze vedono molti Brand concentrarsi sulla Brand Awareness, che definisce la capacità di un brand di essere riconosciuto dai consumatori e di essere associato a un determinato prodotto, puntando alla propria immagine aziendale più che alla vendita del prodotto. Nike, in passato, ha fatto scuola: ricordiamo tutti gli spot televisivi in cui non venivano presentati dei prodotti, ma un’immagine aziendale molto forte.

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Epic Fail Nivea: prontamente rimossa dai social

In rete continuano a spuntare Badvertising di pessima qualità, che diventano virali proprio perché inadeguate: Influencer, Politically Incorrect, Epic Fail…
Dopo aver visto spot xenofobi, razzisti, maschilisti, pieni di cliché, viene automatico domandarsi il motivo per cui un pubblicitario si spinge a tanto.

Zappala Scamorza

Campagna Social Scamorza Zappala

Perché produrre un contenuto con l’unico obiettivo di attirare l’attenzione, non importa se negativa, sul brand? Non vale la pena rischiare di “sporcare” la propria brand awareness per un post temporaneo. Va bene la viralizzazione, ma il web non dimentica e, soprattutto, non perdona. È necessario portare alta qualità, educare il consumatore e farsi valere nella giungla del marketing con metodi più astuti, senza puntare sul facile e sulla bassa qualità. È questa la vera sfida di un marketer!

Ryanair pubblicità sessista

Pubblicità sessista Ryanair

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