Come la Mafia utilizza i Social Network

come la mafia utilizza i social network

Anche la mafia utilizza i social network, Facebook in particolar modo. Tra i tantissimi utenti italiani si confondono reclute, affiliati, spacciatori, killer e persino padrini che si son resi conto che è possibile dialogare velocemente, limitando il rischio di intercettazioni.

Dai pizzini al digital, ecco come si evolve la comunicazione della criminalità organizzata

La mafia 2.0 prosegue l’attività criminale nella dimensione digitale: narcotraffico, minacce verso i commercianti e addirittura ordini dagli ospedali e dalle carceri.

La community criminale è costituita da Boss reali, con profili e nomi di fantasia o addirittura con il proprio nome, corredati da foto e commenti.

Proliferano le pagine Facebook dedicate ai vari “vip” mafiosi come Totò Riina, Bernardo Provenzano, Matteo Messina Denaro, Raffaele Cutolo, Francesco “Sandokan” Schiavone o Giuseppe Setola del clan dei Casalesi. Non mancano ovviamente le pagine generiche, come “Malavita Calabrese” o “Cosa Nostra” che offrono veri e propri codici d’onore e lezioni criminali. Alcune pagine sono state oscurate, altre rimangono lì.

Molti “vecchi” Boss sono ora latitanti, morti o in regime di carcere duro, quindi le nuove e giovanissime leve prendono il comando e si muovono bene sui social, anche se non hanno una grande istruzione scolastica. Alcuni rampolli, invece, sono laureati nelle migliori scuole, conoscono e sanno utilizzare ottimamente i nuovi media.

I social: il punto di partenza per le indagini

Gli investigatori, già da tempo, si sono resi conto delle infiltrazioni mafiose sui social e li utilizzano come strumento investigativo. Facebook non aiuta ad individuare l’attività criminale, ma fornisce i collegamenti tra gli utenti per capire meglio come si muovono le mafie. Le immagini postate vengono utilizzate come punto di partenza nell’indagine.

La criminalità organizzata si evolve insieme alla società e così hanno dovuto fare le forze dell’ordine per intercettarli: dai telefoni fissi si è passato al cellulare, adesso è il turno del web.

Il digital racket

Bernardo Provenzano, per non lasciare tracce, utilizzava i pizzini. Oggi il racket delle estorsioni nei confronti dei commercianti è anche digitale.

Per costringere il titolare di due negozi a Palermo a pagare il pizzo, la minaccia è stata recapitata via Facebook da Francesco e Tommaso Bonfardeci, padre e figlio di 47 e 23 anni. Il figlio del Boss ha spedito vari messaggi al profilo personale del figlio dell’esercente. Bonfardeci junior, in quel periodo agli arresti domiciliari, ha allegato all’intimidazione la propria foto e il nome: un segno di sfida. Dallo scambio di messaggi è emerso un forte astio nei confronti del padre del destinatario, con la promessa di attendere con impazienza la fine della detenzione per “ringraziare” il commerciante:

Ti prometto una cosa, appena esco penso subito a voi… qualsiasi cosa potete subito venire da noi a Ballarò… Se trovo un lavoro entro gennaio, non ci entro più in villeggiatura. I carcerati si aiutano, voi della vita non avete capito niente, e poi lo capirete… ‘u carcerato si deve aiutare, spero che andate a ripararvi perché appena esco la gente sa chi siamo. Scrivo perché non me ne frega niente, se mi vengono a prendere per queste scritte, comunque aspettatevi belle cose… vi voglio bene…

Per gli investigatori le frasi hanno una “portata gravemente minacciosa”. Dopo aver avviato indagini la procura ha chiesto e ottenuto l’arresto di padre e figlio con l’accusa di tentata estorsione aggravata.

La mafia e i social network

I social come mezzo di propaganda della mafia

La camorra, come tutte le mafie italiane, ha la necessità di acquisire consenso e lo fa utilizzando i sistemi che arrivano subito alle gente, in particolare ai più giovani.

Nino Spagnuolo, 35enne di Castellammare di Stabia, vicino al clan D’Alessandro, è stato ferito in un agguato riuscendosi a salvare. In ospedale ha subito scritto un post per rassicurare parenti ed “amici”, raccogliendo grande consenso dalla sua comunità. Le pagine Facebook di Spagnuolo sono un manifesto che inquieta…

Latitanti online

Molti criminali latitanti tengono vivi i rapporti sociali attraverso la rete con profili chiusi solo per gli amici. Questa pratica porta spesso questi piccoli uomini nella rete degli investigatori.

Un esempio è Antonino Lauricella, che non si staccava mai dal suo falso profilo sul social network per comunicare con il figlio Mauro, un aspirante calciatore che sulla sua pagina inseriva foto con Fabrizio Miccoli, calciatore ai tempi in forza al Palermo. Il calabrese Pasquale Manfredi durante la sua fuga si connetteva spesso su Facebook facendosi chiamare Scarface. È stato catturato all’Isola Capo Rizzuto grazie alle orme telematiche lasciate dalla chiavetta con cui si collegava.

Padrini e vanità

Pubblicare foto sui social, per gli esponenti di mafia, camorra e ‘ndrangheta, non è proprio una mossa intelligente. Salvatore D’Avino, 39 anni, camorrista inserito fra i 100 più importanti ricercati d’Italia è stato catturato a Marbella tramite il profilo della compagna: le foto hanno fatto intuire il nascondiglio. Roberto Di Girolamo, 41enne di Gela, è stato intercettato perché le sue foto erano tutte scattate in Svizzera, non è stato difficile individuarlo. Donato Fratto, ‘ndranghetista, è stato tradito dalla passione per le moto: ha scritto in un post che avrebbe partecipato a un raduno in Sardegna, dove i carabinieri lo hanno subito ammanettato.

Spaccio 2.0 attraverso i social e contabilità elettronica

A Scampia anche lo spaccio è al passo con i tempi. Tramite pagine Facebook, suddivise in zone, si può ordinare droga e riceverla comodamente a casa. Anche i posti di blocco e la presenza di agenti in borghese vengono subito segnalati, vanificando gli appostamenti delle forze dell’ordine.

A Napoli, come a Palermo, anche la contabilità è diventata tecnologica: i libri contabili sono stati sostituiti da fogli Excel, comodi e scaricabili dai cassieri, evitando summit.

Dai social agli arresti

In Calabria, grazie a medici corrotti, a vari padrini mafiosi sono state diagnosticate malattie gravi e inesistenti, spostandoli dal carcere alle cliniche. Francesco Scugli e Andrea Mantella, boss di Vibo Valentia, con un portatile hanno ripreso a comandare il clan su Facebook. L’indagine del Ros di Catanzaro ha svelato che Mantella utilizzava il nickname di “Kikino 69”, mentre Scugli, più spavaldo, utilizzava lo pseudonimo di “Brigante”: persino nel mondo virtuale non si rinuncia alle figure popolari della malavita. La forza della mafia è proprio questa, aprirsi alle innovazioni restando radicate alla propria tradizione.

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1 Comments

  1. 31 maggio, 2018

    L'Isis e il Marketing del terrore - Blog Italia Mobile Rispondi Upvote (0)

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