Cambridge Analytica: come funziona il suo modello di Predictive Marketing…

Cambridge Analytica & Facebook

Come funziona il modello di Predictive Marketing di Cambridge Analytica? Quanto è efficace? Ecco tutti i retroscena (e i personaggi coinvolti) dello scandalo che ha travolto Facebook…

Esploso nel marzo 2018, lo scandalo di Cambridge Analytica si è rivelato un vero e proprio terremoto per Facebook: in un colpo solo ha causato un crollo importante in borsa per il colosso di Menlo Park e ha messo in discussione l’infrastruttura dell’intero social network, soprattutto per quanto riguarda la privacy.

In che cosa consiste lo scandalo di Cambridge Analytica?

Cambridge Analytica è il ramo della Strategic Communication Laboratories che ha curato l’immagine sui Social Network del Presidente Trump durante l’ultima campagna elettorale. A metà marzo, Facebook sospende l’account della società americana con l’accusa di aver violato la Privacy del Social Network: Cambridge Analytica ha utilizzato senza i dovuti consensi i dati di decine di migliaia di utenti, ottenuti e subito dopo ceduti dall’App “thisisyourdigitallife”. La notizia viene ripresa in poco tempo dai quotidiani di tutto il mondo.

Pochi giorni dopo l’esplosione dello scandalo, Matthew Hindman, docente di “Media and Public Affairs” alla George Washington University, in un articolo pubblicato sul “The Conversation” prova a ricostruire l’accaduto e a rispondere a un quesito impellente: Cambridge Analytica è davvero in grado di tracciare i profili degli utenti e di creare sponsorizzazioni ultra-mirate a seconda dei diversi profili psicologici? L’autore rivolge alcune domande ad Aleksandr Kogan, il ricercatore di Cambridge che ha progettato “thisisyourdigitallife” e che ha raccolto i dati di circa 320mila utenti attraverso dei test sulla personalità. La conclusione è che il sistema creato dal ricercatore di Cambridge funziona meglio dei classici targeting basati sui dati demografici.

Il Predictive Marketing di Netflix nel 2006

La tecnica di Kogan è simile a quella sviluppata da Simon Funk per Netflix. Nel 2006 Netflix offrì 1 milione di dollari a chiunque avesse studiato un metodo di suggerimenti predittivi migliore di quello che già utilizzava.  Simon Funk sviluppò un sistema basato su una tecnica nota come Singular Value Decomposition (decomposizione ai valori singoli): i voti degli utenti venivano condensati in una serie di fattori e componenti, un elenco di categorie dedotte e artificiali classificate per importanza. La correlazione tra gruppi di utenti e gruppi di film permise di trovare correlazioni che la mente umana non avrebbe mai scovato.

Il precedente del 2013 e il “Like” privato

Al 2013 risale un altro precedente: in quell’anno i ricercatori dell’Università di Cambridge Michal Kosinski, David Stillwell e Thore Graepel scoprirono il potere predittivo dei dati di Facebook. Il modello fattoriale dei “Mi piace” di Facebook aveva una precisione del 95% nell’individuazione del colore della pelle degli utenti, del 93% nella distinzione del sesso e dell’85% nel riconoscimento di repubblicani e democratici. La notizia suscitò un certo clamore, che spinse Facebook a cambiare le impostazioni e a rendere privati i “Like”.

La difesa di Kogan non convince

Finito al centro dello scandalo, Kogan minimizza, sostenendo che il suo sistema ha una precisione del 30%. Nell’articolo uscito sul “The Conversation”, Hindman propone una comparazione del suo sistema con gli altri esistenti: il modello di Kogan ha una marcia in più, poiché ha accesso ai contatti degli utenti. Un algoritmo è in grado di intrecciare i risultati dei test sulla personalità con le informazioni pubbliche – incluso l’elenco dei contatti – prelevate dai profili social degli utenti. Si stima che la precisione del sistema messo in piedi da Kogan superi il 90%! Naturalmente, più un utente utilizza il social network, più il modello diventa accurato.

Scandalo “Cambridge Analytica”: ultimi aggiornamenti

Attualmente Kogan è ancora ricercatore a Cambridge, mentre il suo socio, Joseph Cancellor, lavora per Facebook. All’inizio di Aprile sembrava che sul server di Cambridge Analytica fossero conservati i dati di 87 milioni di utenti, 214mila dei quali italiani. Ma sin da subito è stato chiaro a tutti come il numero delle persone coinvolte fosse destinato a salire. Il 17 Aprile 2018, l’ex dipendente di Cambridge Analytica Brittany Kaiser ha dichiarato di fronte a una commissione parlamentare britannica che “thisisyourdigitallife” era solo una delle App da cui Cambridge Analytica aveva acquistato i database. Stando alle sue dichiarazioni sarebbero state coinvolte anche l‘App “Sex Compass” e un’App a tema musicale: sarebbe questa l’ennesima conferma della tesi secondo la quale i dati conservati sul server e utilizzati in modo scorretto da Cambridge Analytica coinvolgerebbero più degli 87 milioni di utenti ipotizzati.

Sempre all’inizio di Aprile 2018, Facebook ha dichiarato di voler avvisare tutti gli utenti i cui dati siano stati utilizzati scorrettamente da Cambridge Analytica. Per farlo, recapiterà a ognuno di loro un avviso ad hoc, un messaggio che sarà collocato in cima alla sezione “Home”, in una posizione di primo piano.

Convocato dal Congresso USA, l’11 Aprile 2018 Mark Zuckerberg ha confessato che i suoi dati «sono finiti tra quelli condivisi da Cambridge Analytica». 

Hai paura che i tuoi dati siano stati condivisi da Cambridge Analytica? Ecco cosa devi fare…

Come dicevamo, gli utenti italiani profilati da Cambridge Analytica sono 214mila. Se temi che anche il tuo nominativo sia stato inserito nell’elenco, questi suggerimenti possono fare al caso tuo.

Negli ultimi giorni Facebook ha messo a disposizione di tutti una pagina (la trovi qui) in cui ogni utente può controllare se i suoi dati sensibili sono stati trasferiti a Cambridge Analitica. I dati in possesso dell’azienda britannica non appartengono solo a chi ha utilizzato l’app “thisisyourdigitallife”, ma anche ai contatti di questi utenti, per un totale di 87 milioni di account in tutto il mondo!

Verificare se le proprie informazioni sono conservate sui server di Cambridge Analitica è molto semplice.  Ѐ sufficiente:

1 – Collegarsi a Facebook e accedere;
2 – Cliccare su questo link;
3 – Scoprire se i dati sono stati realmente trasferiti.

Facebook ha messo anche a disposizione (questo il link) un pulsante per verificare l’elenco delle app che hanno ricevuto l’autorizzazione ad accedere a ciascun profilo; per modificare le impostazioni sono necessari pochi passaggi.

Concludiamo con una curiosità: una recente ricerca Ipsos ha mostrato che, nonostante sia scoppiato il caso Cambridge Analytica, il 40% degli utenti intervistati non si è mai preoccupato di controllare le impostazioni del proprio account!

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4 Comments

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    […] l’evento Facebook dedicato agli sviluppatori. Dopo le ultime polemiche legate al caso di Cambridge Analytica, l’inaugurazione della conferenza dedicata agli addetti del settore ha visto protagonista il […]

  2. 08 Mag, 2018

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    […] primo posto, nonostante le ultime polemiche, c’è sempre Facebook, seguito da YouTube e da Instagram. WhatsApp e Messenger sono utilizzati […]

  3. 17 Mag, 2018

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    […] anni dopo l’avviso del 2016, lo scandalo Cambridge Analytica ha riportato alla ribalta tutti i fantasmi legati al rispetto della privacy di Whatsapp. Ma, […]

  4. 18 Giu, 2018

    Battle for the Lockscreen: la guerra dei social network senza esclusione di colpi Rispondi Upvote (0)

    […] Il bene più prezioso? L’attenzione di un utente, soprattutto se parliamo in ambito commerciale. Tutti vogliono la nostra attenzione, nessuno vuole perderla e in molti provano a distinguersi: alcuni promettono maggior rispetto per la privacy, altri si fanno carico della dipendenza che hanno contribuito a creare. Viviamo nell’epoca digitale, in un periodo in cui la tecnologia – gli smartphone ne sono un esempio – si è affermata a tal punto da diventare un’estensione del nostro corpo: Steve Jobs ha il merito di averlo intuito per primo. Come fare per mantenere sempre viva l’attenzione dell’utente? Semplice, attraverso le notifiche e la privacy, argomento molto sentito dopo lo scandalo di Cambridge Analytica. […]

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